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Giuseppe e Giovanna, stralci di un mondo che non c’è più

  |   Meleto Vecchia

Quando passo davanti a casa loro, con la macchina, ancora oggi dentro di me sento un

sussulto salire verso chissà dove. Giuseppe e Giovanna se ne sono andati l’uno a distanza dell’altra nell’arco di un anno, circa sette anni orsono.

Erano una coppia assolutamente sui generis. Per noi ragazzi osservarli per strada in paese era uno spasso. Lei grassissima e bassa. Lui magrissimo e di statura media. Non avevano figli e da quando sono di questa terra non li ricordo giovani. Erano nati all’inizio degli anni trenta e si erano sposati nei sessanta, probabilmente dopo un matrimonio accomodato.

Il nonno, che abitava nel condominio al piano superiore rispetto a loro, li ha sempre aiutati molto quando ha potuto. Nell’ultimo periodo di vita soprattutto “Beppe”, come lo chiamavano tutti, era praticamente divenuto un fratello del nonno. Avevano bisogno di aiuto non perché non se la sapessero cavare da soli, ma la situazione poteva essere di tempo in tempo ai limiti della società civile. Si isolavano, litigavano urlando forte, piangevano moltissimo successivamente.

Ricordo bene, mentre con gli altri si giocava a nascondino per le scale del condominio dove abitava il nonno, le loro litigate furibonde, dopoché Giuseppe rientrava a casa ubriaco fradicio, barcollando tremendamente. L’uscio sbatteva, Giovanna strillava, lui piangeva.

Era una scena quotidiana. Giuseppe era una persona umilissima ed esile, fragile e di infinita bontà d’animo. Portava dei golf spesso fatti a mano a collo alto, arancioni o rossi, con sopra delle giacche marroncine. Aveva una voce dolce e gracile; a volte, non perché fosse necessariamente ubriaco, era difficilissimo distinguere le parole che diceva. Era timidissimo e quando qualcuno per strada lo salutava, si sentiva onorato. Gli si inumidivano gli occhi, sorrideva quasi perdendo la salivazione e rispondeva emozionato al saluto.

Giovanna era più dura ma non meno dolce a vedersi. Portava estate ed inverno lo stesso abito, nero a fiorellini gialli, e delle scarpe da bracciante grandi e piene di squarci. Aveva i capelli corti e unti, viveva alle soglie dell’obesità e tutti per sposare quest’ossimoro, la definivano “Giannina”. Quando camminava per strada era costretta di tempo in tempo ad appoggiarsi alle auto vicine e dondolava teneramente.

Villa (74)

Una volta tornando dal campo si appoggiò ad una Seat blu parcheggiata davanti alla chiesa. Improvvisamente un cane lupo dall’interno iniziò ad abbaiare forte e lei per lo spavento cadde e rotolò sul sagrato. Fu una scena tragicomica che fortunatamente non le causò ferite.

La sua più grande passione erano gli stornelli. Conosceva poesie e canti popolari antichissimi, altri li componeva direttamente. Si divertiva a fermare la gente per la via ed a cantarli con loro. Era una scena ottocentesca vederla sorridere con pochi denti e così tanta semplicità.

Ho un ricordo così chiaro di loro, anche perché coltivavano un orto che stava all’interno della fattoria. Ogni giorno curavano pianticine e polli come se fossero figli (infatti non avevano eredi diretti). Le file dei pomodori e delle insalate erano sempre perfettamente lineari. Il pollaio pulitissimo. Erano così innamorati delle loro piante e delle loro bestiole che una volta, dopo essere andati a pescare, noi ragazzi gettammo una carpa a specchio nella pozza d’acqua vicina al loro orto, che loro utilizzavano per annaffiare.

Il povero pesce essendo quella acqua stagnante ed estremamente piccolo lo spazio, due mattine dopo saltò fuori dai margini della pozza sull’erba del campo, riverso, e morì. Gianna quando lo vide iniziò ad urlare ed disperarsi per la sua morte. Beppe guardò me e mio padre che eravamo là e disse:

— I’ pesce, e vole l’acqua. Senza l’acqua, uuui (fischiò), e more —.

Giuseppe appoggiava i suoi attrezzi da campo in uno stalletto dei maiali della fattoria. Li teneva insieme ad un gruppo di cose che Giovanna in casa non gli permetteva di tenere e lui così rifugiava i suoi sogni ed i suoi ricordi in quello stalletto buio, con una poltrona bucata in un angolo. C’era di tutto. Dalle foto di loro sposi a pezzi carta di giornale vecchio. Da annaffiatoi a soprammobili insulsi. Ma soprattutto c’era la bottiglia di vin santo, il migliore amico di Beppe. Purtroppo magro e diabetico com’era, bastava che bevesse mezzo bicchiere per andar più di là che di qua e usciva, barcollava, cadeva per terra. A volte prendeva pure la macchina e faceva degli incidenti che lo portarono, almeno in un paio di occasioni, quasi a rischiar di perdere la vita.

Villa (60)

Nonostante tutto aiutò tantissimo il nonno nei lavori al borgo. Faceva quello che poteva. Di tutto. Dal muratore al disboscatore. Dal manovale all’operaio. Non si tirava mai indietro.

Lo ricordo verniciare, murare, camminare, spazzare, pulire. Faceva di tutto e tutto in silenzio. Con cura. Con il sorriso sulle labbra.

Era un fuscello con l’anima Giuseppe e dopo la morte del nonno si rinchiuse in casa. Si vedeva pochissimo in giro ed in fattoria ormai più. Per anni Giovanna, hanno continuato a sentirla urlare contro di lui. Poi un giorno lo persero. Lo ritrovarono a Santa Barbara, seduto su una seggiola del circolo quasi addormentato. Era buio pesto e Giovanna a casa piangeva come una vite tagliata.

I parenti capirono che lei non era più in grado di gestirlo e decisero di farlo ricoverare in una casa di riposo. Giovanna non poteva vederlo più. Non aveva la macchina per andare a trovarlo e non era in grado da sola di prendere mezzi pubblici per raggiungerlo.

In paese si diffuse la notizia che Giuseppe non stava per niente bene. Il babbo andò a trovarlo. Lo trovò con gli occhi chiusi, disteso e immobile su un letto bianco e sciapo di corsia. Era ancora più magro di un tempo, respirava a fatica. Le luci della camera creavano un gioco d’ombra malinconico sul suo volto scarno. Quando il babbo gli si avvicinò all’orecchio e gli sussurrò che lo avrebbe portato a Barberino, lui aprì un occhio e cercò di sorridere, in quel modo così dolce che gli aveva sempre infuso infinita tenerezza negli anni addietro. Poi lo chiuse e pianse, in silenzio. Il babbo raccontò di essersene reso conto perché vide una lacrima e non perché sentisse rumore. Giovanna invece, non ebbe modo di rivederlo. Giuseppe se ne andò una sera fredda e pungente che le stelle si vedevano benissimo.

Lei non fece passare molto altro tempo. L’inverno successivo nevicò. Ricordo il carro funebre nero in mezzo alla neve candida ed un piccolo corteo di persone, che seguiva il prete in processione ver-so il cimitero. Meleto era bianco. Tutto finì con la neve sui cappotti scuri di chi la salutava e qualche segno di croce, all’uscita del camposanto. Mentre la salutavo anch’io alzai una mano e pensai al sorriso di Giuseppe insieme al nonno fatto per strada, per caso, tanti anni prima.

 

 

filippo