La storia

Le radici di una storia d’amore

Il fiore segreto di Villa Barberino è la pazienza. Il suo profumo nasconde una storia bellissima, costituita nei secoli da servi e padroni, schiavi e marchesi, coloni e latifondisti, per finire sulle mani di una famiglia di oggi, che si ama intensamente.

cinzia

C’è una pianta in un angolo di questo giardino, che d’inverno è sparuta e spoglia, priva di fascino ed assente. E’ alta poco più di due metri e nessuno la nota mai, poiché rimane nascosta dietro una siepe di bosso a pochi passi da una torre ottocentesca con merli neo-geulfi sulla cima. Quella pianta goffa e anonima è il segreto più affascinante di Villa Barberino a Meleto, una fortificazione di antichissime origini, che si trova a mezza costa del monte il cui crinale separa il Valdarno Superiore dal Chianti, su di un ripiano un tempo detto Pian d’Avane.

Per l’importanza strategica che ricoprì tra il XIII e il XIV secolo il castello di Barberino (dal toponimo greco “luogo impervio, barbaro”), fu legato alla storia della repubblica fiorentina, in lotta con la vicina Arezzo. Meleto dal 1340 fu il capoluogo della lega d’Avane, una federazione di comuni del contado fiorentino, che aveva sede proprio nel castello di Barberino, “habitazione et residenza del notaio et uffiziali di detta lega” (dallo statuto d’Avane, 1412). Il più antico proprietario era stato Guido da Meleto, vissuto ai tempi di Dante a Firenze, nel quartiere di Santo Spirito.

La famiglia dei Da Meleto era rimasta in possesso della tenuta fino al 1590, dopo di che essa era passata alle famiglie fiorentine dei Capponi (XVI e XVII sec.) e quindi agli Alamanni che nel XVIII sec., seguendo i principi delle riforme agrarie del duca Pietro Leopoldo, arricchirono il complesso di un mulino e di nuove case coloniche, dando vita alla fiorente fattoria il cui nucleo era rappresentato da Villa Barberino.

La ristrutturazione

Sacrifici su sacrifici

Vent’anni. Ci sono voluti vent’anni per concludere un lavoro immane. Lo stato di Villa Barberino nel 1988 era inimmaginabile. Lentamente negli anni dell’abbandono i rovi, le piante, gli alberi, le rampicanti, le graminacee, presero spazio fra le pietre ed iniziarono un lento e spaventoso logorio, che in pochi anni nascose completamente le facciate delle case del borgo. Tutto appariva verde. Una giungla si insinuava nelle stanze, nei vicoli, sui muri, nelle aie. La pioggia era filtrata nei tetti, aveva squarciato alcuni punti ed i solai a causa della grande umidità avevano ceduto.

 

Le travi dei soffitti si erano lacerate, le tegole si erano frantumate, i pavimenti polverizzati. I muri portanti delle abitazioni presentavano crepe in ogni lato. Non esistevano più le porte, in cima ad alcune rampe di scale si aprivano voragini alte anche dieci metri sospese nel vuoto. La desolazione era ormai la protagonista assoluta di un palcoscenico solo ed abbandonato.

Alcuni uomini del paese avevano approfittato delle rovine per ricavare in alcuni angoli più sicuri dei pollai, dei garages o dei recinti dove far dormire i cani. Le strutture più pericolose e pericolanti erano state circondate da filo spinato. Ma quest’ultimo in poco tempo era scomparso, coperto da ortiche d’estate e rovi tutto l’anno.
Erano completamente scomparsi alla vista umana i piani terra, dove nei decenni precedenti erano situate le stalle. All’esterno alberi di ogni tipo, erbe e macerie impedivano alla vista di andare oltre. All’interno invece le tegole crollate con le travi dei tetti ed i solai distrutti dei piani superiori avevano completamente devastato gli ingressi e coperto ogni cosa.
I giardini davanti alla villa non erano più tali. Montagne di macerie si erano accumulate nel tempo ed alcuni abitanti della zona utilizzavano alcuni spazi per scaricarvi sopra ogni genere di rifiuto solido. Dalle vecchie lavastoviglie alle lavatrici rotte, dalle biciclette agli zoccoli delle nonne, dai portafogli bucati ai vestiti usurati. Siringhe usate, bottiglie di vetro, copertoni, qualsiasi genere di gomma, lamiere. Qualsiasi oggetto la mente umana possa immaginare far parte di una casa c’era. Residui antropologici di decenni erano stati gettati in quello che solo neppure mezzo secolo prima era il giardino di una delle ville più belle ed affascinanti della storia locale. Non solo l’inquinamento che partorivano, ma anche la sola vista di tutto questo, generava un’infinita tristezza.
Sullo sfondo di questa strana sorta di discarica abusiva osservava il tutto, inerme e innocente, la fatiscente facciata della villa. Forse la struttura che maggiormente (seppur parzialmente) si era salvata dalla tirannia dell’abbandono umano.
I suoi intonaci esterni erano grigi e per la maggior parte scartati. Si intravedevano sotto pietre e mattoni murati gli uni sopra agli altri. Gli infissi delle finestre erano del tutto scartati dalle piaghe degli agenti atmosferici ed i vetri soffiati a bocca nel settecento per la maggior parte fracassati forse dai giochi stupidi di qualche ragazzo del paese.
Le persiane laddove erano presenti erano marroni e senza la maggior parte delle ante. Come delle vecchie sdentate di settant’anni fa.
L’aspetto era tetro e austero. Si aveva l’impressione nitida di essere di fronte ad una sorta di casa delle streghe. Inquietanti gli scricchiolii che provenivano dagli interni.
Quest’ultimi si erano parzialmente conservati. Nella villa infatti fino a dopo la metà anni ottanta era rimasto a vivere un vecchio guardiano con la moglie. Guerrino. Viveva al piano terra e poiché il suo ruolo doveva essere quello di monitorare la situazione già disastrosa di per se, almeno la villa tentava di mantenerla nel modo più decente possibile.
Nonostante ciò le mansarde ed i primi piani erano pieni di preoccupanti crepe. Gli affreschi sette ed ottocenteschi si erano quasi completamente cancellati dalle pareti ed i pavimenti iniziavano a cedere. In alcune stanze erano definitivamente crollati. Anche qua tutto appariva sulla via del definitivo oblio.
Non vi era sorta di dubbio. Villa Barberino, ovvero la secolare Fattoria di Meleto, era prossima alla totale distruzione. Sarebbero bastati altri dieci anni forse, e tutto sarebbe inesorabilmente crollato sotto i colpi del tempo e dell’abbandono.
La storia millenaria di uno degli avamposti più antichi del territorio si sarebbe sbriciolata nel nulla.
Indubbiamente sarebbe stato quasi utopico recuperarla. Forse sarebbe stato più semplice demolirla e ricostruirla nuova. Ma è evidente e banale affermare che sarebbe stata tutta un’altra storia.
Oggi la storia ha cambiato il suo corso in quel mucchio di macerie…