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Natalino e il seme di un mughetto

  |   Barberino e dintorni

Mughetto fiore piccino
calice di enorme candore
sullo stelo esile
innocenza di bimbi gracile
sull'altalena del cielo.

Giuseppe Ungaretti, ``Mughetto``

In questi giorni camminando ho incontrato un uomo che piantava semi di mughetto. Non ho potuto che fermarmi, sedermi su un sasso, pettinarmi i pensieri, riprendere il respiro che mancava e guardare l’orizzonte.

Dietro a quel fiore è nascosto uno degli uomini più importanti della mia vita.

In quell’attimo non potevo non rincontrarlo. Il nonno mi è venuto incontro. Non so da dove venisse, neppure dove fosse diretto. Ma è svoltato da dietro un cipresso, ed è comparso nel silenzio.

Natalino Gavilli, classe 1914, quell’uomo che a Meleto tutti chiamavano “il fattore” era sinonimo per la gente di battuta, di scherzo, di ironia, di sarcasmo. Non c’era persona in paese che non scherzasse con lui. Era un uomo che aveva la freddura sempre stampata sulle labbra e mai fine a se stessa. Sempre volta a far riflettere l’interlocutore. Una frase a volte anche tagliente che lì per lì ti lasciava sorridere e poi pensare.

Cattolico d’altri tempi, testardo come un mulo, cocciuto come un sasso, fermo sui suoi principi a volte perfino al punto di rendersi conto di aver torto. Nello stesso tempo però anche dolce, gioviale, sorridente, pacato, giocherellone.

La domenica mattina mi accompagnava con la macchina a fare il chierichetto alla Messa da Pian di Potine. L’appuntamento con il prete era alle 11 ma lui alle 10 e cinque iniziava a suonare il clacson a bordo della sua Seat Ibiza per farmi scendere, aveva una fissazione per la puntualità e non sopportava che io potessi ritardare anche solo di un minuto.

Una volta salito in macchina per percorrere la distanza di un chilometro iniziava a dire cose fantasiose per farmi sorridere, ma in realtà ciò che mi faceva ridere di più era il suo piede sempre schiacciato sulla frizione in ogni momento, tale da far emettere al motore dell’auto un rombo pazzesco simile a quello di un piccolo aereo in partenza.

D’estate mi faceva vedere come coltivare la frutta, la verdura nell’orto e se mi vedeva pisciare ai piedi dei noccioli che aveva piantato il babbo in giardino, mi urlava un’ingiuria che per anni ed anni mi è rimasta dentro come un mistero assoluto e irrisolvibile: — Porco veneno! —; detta con la lingua stretta fuori dai denti tanto che gli veniva anche il mal di testa. Aveva pochissimi capelli bianchi, era calvo, con una pancia ben evidente e sempre con un sorriso dolce e pacato tagliato perpendicolarmente alle guance paffute. Portava un berretto scuro sulla calvizie, maglie di lana fine a mezza stagione di colori avana e pantaloni di lana cotta scuri come il berretto.

Il nonno era stato fattore per tutta la vita ed aveva conosciuto tanta gente nel suo lavoro.

Dopo l’acquisto della fattoria di Meleto da parte della nostra famiglia, nonostante i suoi settant’anni suonati, continuava sempre a darsi un gran da fare nel podere intorno a casa, a Pian di Potine, prima che ci trasferissimo tutti a Meleto. Coltivava di tutto, soprattutto i fiori. Per lui coltivare i fiori significava parlare con la mamma. Me lo raccontò in un giorno di pioggia di talmente tanti anni fa, che i ricordi mi sembrano in bianco e nero. Tornavamo dal pollaio e si mise a piovere forte. Era mezza estate e il profumo dell’erba tagliata con la pioggia, parve volerci bagnare insieme alle gocce d’acqua talmente era intenso. Ci fermammo per ripararci nella capanna, sotto una loggia di tegole e ci sedemmo su una carriola io e su un ceppo di legno lui. Si tirò leggermente su il berretto, come era sempre solito fare quando stava per dire qualcosa e sussurrò:

— Li vedi quei fiori bianchi là a sinistra vicino alla siepe? —.

Alzai lo sguardo e vidi dei fiorellini piccoli tutti vicini quasi fossero tanti mazzetti.

— Sono i mughetti, i primi fiori che la mia mamma mi ha insegnato a coltivare. Li vedi da tutte le parti nel nostro giardino perché li pianto io. La mamma mi disse da piccolo che ogni volta che avrei osservato quei fiori avrei parlato con lei. Così io quando la mamma se ne andò per sempre ho cercato di piantare i mughetti vicino alla casa in cui abitavo. Ricordati sempre di questo, perché un giorno quando poi li vedrai ed io non ci sarò più ci penserai e ti verrò in mente —.

Quella frase mi rimase appiccicata in testa con quel pomeriggio e non ho mai smesso di pensarci. Anche negli anni seguenti quando il nonno si ammalò lentamente di una malattia neuro-degenerativa ed iniziò a credere di vivere nel proprio passato. Cercava luoghi e persone a me sconosciute vissuti sessant’anni prima.

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Chiamava la sua mamma, si arrabbiava con la nonna, sua moglie Tosca, quando piangendo cercava dolcemente di dirgli che la mamma non c’era più e che le persone ed i luoghi che cercava, erano persi nei recessi della sua memoria ormai.

Lui urlava, si arrabbiava, non ci credeva. Poi, come in lampi di lucidità, si risvegliava nella realtà e si rendeva conto di ciò che aveva fatto e si sentiva umiliato, chiedeva scusa migliaia di volte a tutti. Un giorno mi disse:

— Mi sento peggio di uno che si piscia addosso davanti a qualcuno senza accorgersene —. Frasi che mi frustavano gli occhi. Vedevo una colonna della mia infanzia che mi aveva insegnato a giocare, a ridere, a scherzare, a rispettare gli altri, a capire il senso dei fiori, incrinarsi lentamente, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Una candela infondo al moccolo ma ancora accesa, anche se quasi completamente sciolta, nella notte. Mi veniva da pensare che il nonno forse stava entrando in paradiso lentamente, che quel giardino che aveva sognato il pomeriggio in cui la sua Tosca gli aveva annunciato di essere in attesa  di una nuova vita, Tiziana, mia mamma, era pieno di bambini perché nel regno dei cieli, si ritorna ad essere tali. E lui aveva iniziato a tornare bambino a Pian di Potine, nella terra in cui sono nato io. Forse, pensavo, la mia terra natale era l’inizio del suo paradiso. Era un pensiero di consolazione, ma me lo concedevo per non soffrire vedendolo soffrire. Per razionalizzare il suo dolore. Negli anni a venire la situazione peggiorò. Nel 1994, dopo una sfuriata tremenda che aveva fatto alla nonna perché le impediva di andare a cercare sua madre nell’orto, si sedette davanti casa arrabbiato. Io ero là fuori che giocavo davanti a lui con un pallone di gomma. Improvvisamente il pallone sparì dietro la siepe per un tiro troppo alto e andai a cercarlo. Quando tornai nel piazzale il nonno non c’era più. Dopo un’ora che lo cercavamo con la nonna trovammo un vaso davanti a casa con sopra una canna di bambù. Era un vaso ricolmo di mughetti. Sopra al bambù c’era attaccato un biglietto di carta, che conservo ancora fra i miei ricordi più preziosi. Sopra, a biro blu c’era scritto:

Alla mia Tosca”.

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Il nonno è scomparso il 9 agosto 2003, dopo anni di grandi sofferenze. Prima che chiudessero la cassa il giorno del funerale, sono corso in giardino ho strappato tre mughetti sotto un muricciolo in pietra e li ho appoggiati sulle sue mani fredde.

Ora ogni volta che vedo uno di quei fiori, penso sempre al suo sorriso, mentre mi guardava bambino giocare a pallone d’autunno dopo la scuola, nel piazzale davanti a casa, con le mani in tasca e il berretto sulla testa, con l’aria trasognata.

Dopo che se n’è andato la mamma scrisse un diario di ricordi su di lui. Poco tempo fa l’ho trovato tra i ricordi ammucchiati in un vecchio cassetto ed ho letto una frase di quel quaderno che non dimenticherò mai. C’era scritto:

Caro babbo, ti ricordi quella volta che da ragazzina tornai a casa dopo aver subito un’ umiliazione da qualcuno e mi misi a piangere in camera mia? Tu venisti da me e mi accarezzasti chiedendomi un bacino. Io ti risposi che i bacini si danno ai bambini piccini e che io ero grande. Tu mi guardasti tristissimo e lessi tanta delusione nei tuoi occhi. Prima di uscire dalla stanza mi dicesti:  Non si è mai troppo grandi per dare un bacino a un babbo . Caro Babbo scusa. Scusa infinitamente avevi ragione e non te l’ho mai detto. Non so se è troppo tardi ma scusami. Ti voglio tanto bene. Sapessi quanto vorrei potertelo restituire adesso quel bacino. Adesso che sei partito. Adesso che non ti posso vedere più.

Qualche giorno fa ho visto un uomo che piantava mughetti. E sono riuscito a rincontrare mio nonno.

Quanto vivi ancora nonostante tutto, Natalino.

Quei mughetti sono seminati qui dentro, da qualche parte.

Ne sono certo. Quando fioriranno, si alzerà un po’ di vento e ritornerai.

filippo

nonno